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MARMI
E PIETRE
da
"ENCICLOPEDIA BRESCIANA" Antonio Fappani
edizioni "La Voce del Popolo" Brescia - 1991 - VIII
Volume.

| Come ha scritto
Italo Bonardi: «La grana fina, omogenea e docile allo
scalpello rende questo marmo atto ad ogni lavoro. Può
essere tagliato in lastre di pochi millimetri di
spessore e riceve anche una lucidazione perfetta, per
merito della quale si manifestano i particolari del suo
impasto: il fondo bianco talvolta con aspetto e finezza
d’avorio; le vene giallo-ocra un po’ ondulate che lo
percorrono con felice effetto nel senso della
sedimentazione; i cerchietti concentrici, più candidi
del fondo, che si mostrano qua e là insieme a qualche
punto o venuzza di calcite. Meno puro del carrara, il
quale sì mostra inoltre candidissimo e perfettamente
cristallizzato, il botticino supera il marmo apuano per
l’assoluta impermeabilità ai colori e inattaccabilità
ai geli. Nel 1573 i documenti indicano la proprietà
comunale sulla terra per medolo mentre negli anni
seguenti emergono i nomi di affittuari di medolo a
Botticino quali i Quecchia, gli Arici, i Casalì, i
Comini ecc. sia per cavar pietra sia per fare calchere.
Predominano a lungo le cave deI monte Paina, della
località Somera. Affiorano sempre più i nomi di
marmisti (quali ad esempio nel 1621 quelli di Bartolomeo
e Domenico Casali e Domenico e Pietro Binetti
autorizzati a scavare tutte le pietre occorrenti alla
costruzione della facciata della basilica di S.
Faustino). Ad essi come cavatori si accompagnano i
Quecchia, i Marchetti, i Dominici. Sfruttati erano già
nel sec. XVI i medoli (di solito di proprietà comunali)
del Peladolo e del colle di S. Martino di Virle, quelli
del monte Regogna (dove è la chiesetta degli alpini) e
a monte della cascina Casella a Rezzato. Valentino Volta
e Renata Massa hanno messo in luce molti nomi di
marmorini dal sec. XVI al sec. XVIII. Fra questi
ricorrono quelli dei Martelletti, Barbieri, De Fine,
Zecchini, Bondi, Pensi, Fantozzo, Pollini, Bertazzi,
Palazzi, Tampazzo, Meschini, Marchesini, Gamba,
Simbinelli, Gaffuri, Aiardi, Ghirardi, Scalvi, Lombardi,
Capuzzi, Lepreni, Zani, Gatta. Brillano fra le altre le
famiglie degli Ogna, dei Baroncìni, dei Puegnago (già
Simbinelli o Cimbinelli) Bombastone, Tagliani, Biasio,
Molinari, Faitini, Cattaneo. Parecchi sono i marmorini
che lavorano anche fuori provincia nel Cremonese, nel
Mantovano, nel Bergamasco, ecc. Il numero più alto di
cavatori botticinesi (sono diciassette) si verifica
verso il 1747 in concomitanza con un rilancio
straordinario dell’edilizia sacra (esempi si
riscontrano nelle stesse parrocchie di Botticino Sera e
Mattina). Dopo un periodo di assestamento nell’attività
escavatoria neI 1778 i cavatori sono 19 e ricorrono pressappoco
sempre gli stessi nomi. Nel 1750 vi sono a
Virle nove taglia pietre, e a Rezzato ben 32, così da
fare di quello del cavatore, dello scalpellino e del
marmorino il mestiere più diffuso della comunità. A
cavallo del sec. XVIII e XIX la contrazione
dell’attività edilizia provoca anche quella
dell’escavazione. Ma anche nei primi decenni
dell’800 i registri parrocchiali annotano tuttavia
alcuni taglia pietre come Santo Comini, Marco Marchetti,
Lorenzo Apostoli, Battista Marchettì, uno scalpellino
Pietro Comini e uno scultore Francesco Gorni. Ma già si
profila un’attività sempre più industriale grazie,
ad esempio, ai Lombardi, già presenti agli inizi del
secolo, e poi ai Gaffuri e via via a Gamba, agli Zani,
alla Vicentina Marmi, ai Cavagnini ecc.; nel trentennio
1870-1900 le cave di marmo e i cantieri di Botticino, di
Virle, di Mazzano forniscono marmo lavorato in sempre
maggiore abbondanza. Nel 1876 giornali bresciani
indicano come già praticabili le vie dell’Oriente;
nel 1882 i Lombardi esportano già marmi a Milano,
Padova, in molte città italiane e “persino a
Vienna” vincendo la enorme difficoltà della spesa di
trasporto. Infatti fin dal 1875 gli architetti di Vienna
vanno sempre preferendo il botticino alla pietra di
Trento. |
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